— LA MIA RECENSIONE DE “IL NOME DEL FIGLIO” (2015) DI FRANCESCA ARCHIBUGI —  

il nome del figlio

   “Prendi qualcosa dalla vita di ogni giorno senza trama e senza finale”. Questa citazione di Anton Čechov, pronunciata da una delle attrici a suggello de Il nome del figlio, ne rappresenta anche l’epitome, e, probabilmente, un disarmante tentativo apologetico, da parte degli sceneggiatori Francesco Piccolo, nuovo maître à penser di una sinistra compiaciuta della propria leggerezza e compiacente con gli avversari storici, e Francesca Archibugi, che ne è anche regista, nei confronti di un film in cui la narrazione di un episodio della quotidianità risulta di una scontata circolarità, tesa a ripristinare acriticamente lo status quo ante dei protagonisti.

   Questi ultimi sono cinque amici cinquantenni di lunga data: le coppie Betta-Sandro (Valeria Golino-Luigi Lo Cascio) e Paolo-Simona(Alessandro Gassman-Micaela Ramazzotti), oltre al single Claudio (Rocco Papaleo). In occasione della gravidanza di Simona, la prima coppia invita a casa gli altri per una cena, in cui Paolo, che è anche fratello di Betta, rivela il nome del nascituro, scatenando una serie di incomprensioni, soprattutto a causa dell’orientamento politico conservatore dei futuri genitori rispetto alle convinzioni progressiste degli altri commensali.

   La pellicola, tratta dalla pièce teatrale Le prénom di Matthieu Delaporte e Alexandre de La Patellière, dagli stessi successivamente adattata per il cinema con Cena tra amici e prodotta, tra gli altri, dal regista Paolo Virzì, include la ripresa del reale parto della secondogenita di quest’ultimo e della Ramazzotti, sua moglie.

   Questo sussulto di estremo realismo non basta di certo a compensare la mancanza di mordente di una commedia che può essere sussunta nell’ambito delle coralità gettate fra una saliera e un tovagliolo abbondantemente frequentate dai cineasti italiani, da Mario Monicelli (Speriamo che sia femmina, Parenti serpenti) a Ettore Scola (La famiglia, La terrazza). Ma, mentre in Monicelli la messa in scena è espressionistica e venata da amarezza, qui sparisce ogni puntuale caratterizzazione, a favore dell’annacquamento degli scontri ideologici fra i personaggi, in una comoda indulgenza assolutoria. E al posto degli evocativi carrelli lungo i corridoi della vasta casa de La Famiglia, qui la macchina da presa si trova intrappolata in verticale, spesso a spalla, nel seguire su e giù per le scale i protagonisti nel piccolo appartamento. De La terrazza, poi, non ha la severa e tenace messa in discussione della vacuità nostalgica degli intellettuali di sinistra, dato che i fiacchi loro epigoni si nientificano di fronte ai due amici parvenu di destra.

   L’opera abbonda in rimbalzi claustrofobici di primi piani nei dialoghi ed è costellata di flashback, che vorrebbero restituire il ricordo di un’aurea adolescenza nella villa marittima di famiglia, ma che in realtà frammentano inutilmente la storia. Lo scivolone si concretizza però quando i cinque amici passano istantaneamente, dopo un climax di conflitti verbali con tasso di aggressività alle stelle, in maniera del tutto inspiegabile, da una probabile colluttazione ad una sorta di patetico girotondo sulle note della canzone di Lucio Dalla Telefonami tra vent’anni, questa, peraltro, in un’eccessiva riproposizione integrale.

   Sembrano più incisivi due momenti. Il primo è, a inizio film, un’ampia panoramica in dolly dalla Roma centrale al triste arco in muratura che segnala l’entrata nel quartiere ove si svolge la vicenda, quasi un contraltare miserevole dell’Arco di Costantino; ci siamo così insinuati in una specie di capitale minore rispetto alle vestigia dell’antichità ed agli attici finemente ristrutturati de La grande bellezza di Paolo Sorrentiono, anche se l’umanità è egualmente in disfacimento. Il secondo si materializza, dopo l’ultima rivelazione-scontro fra i protagonisti, quando questi, esausti e pensosi, sono inquadrati in successione, ciascuno inscritto dietro i vetri di diverse finestre della casa, a segnalarne l’isolamento di fondo.

   La solitudine è anche la cifra caratteristica che la regista riesce a imprimere, con la sua consueta attenzione verso l’infanzia, nei due figli di Betta e Sandro, sempre compresi nella loro stanza, felicemente complici l’un l’altro contro il risibile mondo degli adulti che, ci dicono candidamente, “stanno urlando di là”. I genitori e gli zii si recano da loro raramente, solo per concedergli un’insultante paghetta (Paolo), o due carezze negli intervalli dei litigi (Betta), in una penosa aridità emotiva. E i bambini, dal canto loro, si limitano a mettere in atto veloci incursioni nella presunta matura alterità che si agita nelle stanze al di fuori, affumicate dai rancori, per mezzo di un drone munito di videocamera, che restituisce immagini in bianco e nero.

   Ecco, ragazzi, telefonateci voi davvero fra vent’anni, quando il cinema italiano, forse, sarà capace di (ri)consegnarci un affresco della media borghesia più lucido e corrosivo. E, magari, con una Ramazzotti non più confinata ai ruoli di rustica volgarotta retrograda con annesso look sfacciato e predestinata ad un timido riscatto morale ed un Lo Cascio non più costretto ad incarnare la quintessenza dell’intellettuale de noantri, dal maglione slavato con pallini di lana d’ordinanza e smaniose velleità citazionistiche.

   Lorenzo Costanzini

— LA MIA RECENSIONE DI “UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO SEDUTO RIFLETTE SULL’ESISTENZA” (2015) DI ROY ANDERSSON —

un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

   Forse la partita non è ancora finita. Sì, perchè il regista Roy Andersson sembra aver ripreso la ricerca sull’assurdo, l’incomunicabilità, il paradosso, messa in scena da Samuel Beckett nella celeberrima pièce teatrale Finale di Partita.   

   Lo ha fatto creando, al posto dei beckettiani Hamm e Clov, una nuova coppia di personaggi, Jonathan e Sam (Holger Andersson e Nils Vestblom), stavolta però non assoluti padroni della scena, bensì inseriti in un caleidoscopico reticolo (dis)umano. E, adesso, senza neppure una trama, essendo le apparizioni di questi, venditori dal campionario ossimorico – carnevalesco e deprimente allo stesso tempo – imprevedibilmente carsiche, fra le sequenze in cui agiscono gli altri personaggi, i quali, sia quelli inventati, sia l’unico storico (Re Carlo XII di Svezia), sono comunque destrutturati, abulici, introflessi.

   Questi “quadri da un’esposizione” compongono il film Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, con cui il cineasta svedese ha concluso un’ideale trilogia, dalla curiosa cadenza settennale, iniziata nel 2000 con Canzoni del secondo piano, vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, e proseguita con You, the Living.

   La nuova opera, premiata con il Leone d’Oro all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, condivide con le prime due la peculiare cifra stilistica dell’autore, consistente in una successione di piani sequenza in campo lungo filmati con una macchina da presa completamente fissa.

   Quest’impostazione, prettamente realistica, viene dal regista sapientemente piegata a conseguire inaspettati effetti metafisici, anche grazie ad una sorvegliatissima fotografia dai colori desaturati e dalla luce disseccata. Ne deriva un’opera eminentemente visiva, come peraltro suggerisce il titolo, evocante uno degli uccelli, fermi sugli alberi sovrastanti varie figure umane, dipinti da Pieter Bruegel il Vecchio in Cacciatori nella neve.     

   Del resto, i rimandi alla storia della pittura sono stati adeguatamente effusi nella teoria delle scene – propriamente delle nature morte – di cui è composta la pellicola: in un film in cui personaggi hanno la deforme e grottesca fissità dei lavori di George Grosz, l’onirica, sospesa, raggelata tavolozza di Paul Delvaux convive con i taglienti e desolati esterni urbani di Edward Hopper, dove all’angolo della strada c’è sempre un diner.

   E, come nelle creazioni fantasmagoriche di Maurits Cornelis Escher, c’è sempre un punto di fuga prospettico inaspettato in ogni inquadratura, e, al di là, un varco che consente una micro-inquadratura dalle studiate simmetrie (ad esempio, in una scena rappresentante una telefonata domestica, una serie di tralicci lontani incorniciati da una finestra a sinistra vanno a compensare le linee dei mobili da cucina a destra); a volte, coesistono addirittura due punti di fuga, come nella scena, in flashback, nel bar di Lotte la Zoppa, suddivisi, a mo’ di pittura rinascimentale, da due arcate del locale, o, come in quella all’ingresso del dormitorio, dove ci viene sbattuto in fronte un ardito angolo al centro a spartire la portineria a sinistra e la scala a destra, da cui, ovviamente, si spalancano altre porte.

   Tale accurata ricerca sulla profondità di campo fa sì che il montaggio, in teoria assente in una giustapposizione di quadri come questa, venga a crearsi all’interno delle inquadrature; in esse, poi, è formidabile la resa della fragilità, dell’improbabilità, dello straniamento, ma anche della spazialità e della concretezza quasi tattile delle figure e degli oggetti, estremamente dettagliati e a fuoco anche in secondo piano, in un insieme di iperrealismo e surrealismo. Sebbene in formato tradizionale, mi piace pensarlo uno dei più riusciti film in 3D.

   Lorenzo Costanzini

— LA MIA RECENSIONE DI “NESSUNO SI SALVA DA SOLO” (2015) DI SERGIO CASTELLITTO —

nessuno si salva da solo

   Nuovo tandem post-cartaceo Mazzantini-Castellitto (regia-sceneggiatura) lungo i tornanti di una coppia ormai separata, ripercorsi attraverso flashback – ed altrettanti multiformi indulgenti amplessi – nel corso di una cena già dall’inizio prevedibilmente sulfurea.

   Uno scrittore inconsistente ridotto alla tv (Scamarcio) ed una nutrizionista essa stessa anoressico-bulimica (Trinca) decostruiscono in un nevrotico duello il matrimonio e la genitorialità.

   Presente il consueto corredo di conflitti di lui con il padre residuato sessantottino (Bonetti) e di lei con la madre vedova allegra (Galiena), con annessi citazionismi letterari (inquadrature fintamente svogliate di libri classici).

   Fra uno Scamarcio scanzonato ai limiti della commedia di costume alla Verdone ed una Trinca sempre più psicopatologicamente “lauramorantiana” appare la comprimaria Marina Rocco, dall’erotismo bambinesco della benignesca Braschi.

  Il pop colto di Sigur Rós, Waits e Cohen sfocia nel cammeo di un sacerdotale Vecchioni e nell’ennesimo (Il nome del figlio, ecc.) Dalla redentore.

    IRREDIMIBILE      
   

   Lorenzo Costanzini

Oggi la nuova Resistenza in che cosa consiste?

Ecco l’appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici: l’onestà e il coraggio. L’onestà… l’onestà… l’onestà!

E quindi l’appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto. La politica deve essere fatta con le mani pulite.

Se c’è qualche scandalo; se c’è qualcuno che dà scandalo; se c’è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!

fellini

«Che cos’è Roma?». Tutt’al più posso tentare di dire che cosa penso quando sento la parola Roma. Me lo sono spesso domandato. E più o meno lo so.

Penso a un faccione rossastro che assomiglia a Sordi, Fabrizi, la Magnani. Un’espressione resa pesante e pensierosa da esigenze gastrosessuali. Penso a un terrone bruno, melmoso: a un cielo ampio, sfasciato, da fondale dell’opera, con colori viola, bagliori giallastri, neri, argento; colori funerei. Ma tutto sommato è un volto confortante. Confortante perché Roma ti permette ogni tipo di speculazione in senso verticale.

Roma è una città orizzontale, di acqua e di terra, sdraiata, ed è quindi la piattaforma ideale per dei voli fantastici. Gli intellettuali, gli artisti, che vivono sempre in uno stato di frizione fra due dimensioni diverse – la realtà e la fantasia – trovano qui la spinta adatta e liberatoria delle loro attività mentali: con il conforto di un cordone ombelicale che li tiene saldamente attaccati alla concretezza. Giacché Roma è una madre, ed è la madre ideale, perché indifferente.

E’ una madre che ha troppi figli e quindi non può dedicarsi a te, non ti chiede nulla, non si aspetta niente. Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai, come il tribunale di Kafka. In questo c’è una saggezza antichissima, africana quasi, preistorica. Sappiamo che Roma è una città carica di Storia, ma la sua suggestione sta proprio in un che di preistorico, di primordiale, che appare netto in certe sue prospettive sconfinate e desolate, in certi ruderi che sembrano reperti fossili, ossei, come di scheletri di mammuth.

S’intende che questo conforto ha i suoi lati negativi, e se è vero che a Roma ci sono pochissimi nevrotici, è anche vero, come sostiene lo psicanalista, che la nevrosi è provvidenziale, serve a scoprire se stessi in profondità; è come tuffarsi in mare per ritrovare il tesoro nascosto delle favole; obbliga il bambino a diventare adulto. Roma questo non lo fa. Col suo pancione placentario e il suo aspetto materno evita la nevrosi ma impedisce anche uno sviluppo, una vera maturazione. Qui non ci sono nevrotici ma nemmeno adulti. E’ una città di bambini svogliati, scettici e maleducati; anche un po’ deformi, psichicamente, giacché impedirla crescita è innaturale.

Anche per questo a Roma c’è un tale attaccamento alla famiglia. Io non ho mai visto una città al mondo dove si parli tanto dei parenti. «Te presento mi’ cognato. Ecco Lallo, er fio de’ mi cugino». E’ una catena: si vive tra persone ben circoscritte e ben conoscibili, per un comune dato biologico. Vivono come nidiate, come covate. E Roma resta la madre ideale, la madre che non ti obbliga a comportarti bene. Anche la frase molto comune: «Ma chi sei? Nun sei nessuno! è confortante». Perché non c’è solo disprezzo, ma anche una carica liberatoria. Non sei nessuno, quindi puoi anche essere tutto. Tutto può ancora essere fatto. Si può partire da zero.

Insultata come nessun’altra città, Roma non reagisce. Il romano dice: «Mica è mia, Roma». Questa cancellazione della realtà che fa il romano, quando dice «ma che te ne frega!», nasce forse dal fatto che ha da temere qualcosa o dal papa o dalla gendarmeria o dai nobili. Egli si rinchiude in un cerchio gastrosessuale. I suoi interessi sono, perciò, limitatissimi. Infatti, a furia di non guardare si diventa ciechi, non si vede più.

In certi rioni popolari, per dire «Come stai?» ti dicono seriamente: «Hai cagato stamattina?». I primi tempi che stavo a Roma, questa grevezza, questa maleducazione, erano fonte di risate. Per esempio: i commessi dei negozi che ti guardano con fastidio perché sei entrato a disturbare il loro vuoto, la loro inerzia. Oppure: quando chiedi dove sia una strada, i silenzi, la riflessione su quante parole occorrono per fare la risposta. Essi non vogliono essere turbati in questa specie di letargo.

Certe cose sono comuni ai plebei ed agli aristocratici: il culto della mamma, per esempio. L’aristocrazia romana è contadina, latifondista, fatta dal papa. Guardandole bene, le aristocratiche romane sono simili alle portinaie. Anche trascurando l’ostentazione del dialetto, il tipo di discorso è identico sia nel plebeo, sia nell’aristocratico. Si ha la sensazione di aggirarsi in un cimitero di morti che non sanno di esserlo. Il sentimento che si prova tra loro è l’imbarazzo: non si sa di che parlare, fanno domande mortificanti, non leggono. L’ignoranza è intesa come un diritto. Questi aristocratici, in genere, sono gente che non ha mai viaggiato. Loro interessi: i cavalli, la caccia (uno contava le pecore) e gli affari: vendere, comprare. Gli argomenti che li svegliano un po’ sono gli espropri, le tasse («Conosce il ministro Preti? Ma che vuole?»). A questo punto si accendono un poco gli sguardi appannati. Essi stanno sempre tra loro, non accolgono nessuno: anche per timidezza, non soltanto per diffidenza.

Insomma, l’impressione riassuntiva di questa città à una: l’ignoranza. Roma è abitata da un ignorante che non vuole essere disturbato e che è il più esatto prodotto della Chiesa. Un ignorante che vuol bene alla famiglia. Questo tipo d’uomo è talmente incancrenito nella propria condizione secolare da credere che si debba e si possa vivere solo così. Un grottesco bambinone che ha la soddisfazione di essere continuamente sculacciato dal papa.

Misurando il mio rapporto con la gente di Roma, mi pare di dover concludere che il romano non mi può dire niente di utile, nemmeno sul terreno individuale. Incarnando i vari ceti di Roma in una figura ectoplastica, mi sembra che ne esca una immagine pesante: abbastanza tetra, spenta, che suggerisce una visione pessimistica, plumbea: lo sguardo basso, sonnolento, rinunciatario, non approvante; non ha curiosità, oppure non crede che la curiosità serva a qualcosa. Può darsi che questo sia il volto dell’estrema decrepitezza, di chi ha digerito tutto ed è stato a sua volta digerito, è diventato escremento, esaurimento totale di tutte le esperienze e ritorno alla terra, concime. Questa particolare atmosfera nasce anche dal fatto che il babbo romano, la mamma romana, hanno sempre qualcosa di baliatico, sanno di pipì, della tua pipì di quand’eri bambino. Il romano, in realtà, non fa complimenti leziosi ai bambini: «Un vedi che bella faccia, sembra un culo, dice».

Ne viene fuori un’atmosfera di un minestrone che sta cuocendo: un’atmosfera incoraggiata dalla Chiesa, l’unica responsabile di questo tipo di italiano, inchiodato a un infantilismo cronico. Una condizione, del resto, che a Roma viene addirittura esaltata. Infatti: in qualunque altra città, un soldato, per esempio, è un soldato. A Roma no: qui li chiamano «pori fii de mamma». Ecco: si rimane sempre figli di mamma e la mamma è la Madonna, o la Chiesa.

[…]

La morte, a Roma, ha sempre un aspetto familiare, da parente. Certi romani dicono: «Vado a trovà papà, vado a trovà zio» e poi scopri che vanno al camposanto. Anche qui c’è una proiezione di tipo impiegatizio, burocratico: anche con la morte si possono trovare delle raccomandazioni, c’è sempre un cognato in paradiso che può darti una mano. Il che toglie alla morte l’angoscia, l’ansia nevrotica: basta pensare che i romani chiamano la morte «la commare secca». Comare, cioè un po’ parente anche lei. E poi, certe altre belle espressioni: «è andato agli alberi pizzuti», «sta a fa’ terra pe’ ceci». In questi ceci ritorna il solito motivo mangereccio. Anche nel camposanto, Roma mantiene il suo aspetto di grande appartamento nel quale puoi passeggiare in pigiama, ciabattando. […] Nel film credo ci sia l’aspetto di quell’immenso cimitero, brulicante di vita, che è Roma.

[…]

Per trecentosessantaquattro giorni all’anno puoi restare completamente estraneo a Roma come città, viverci senza vederla, o peggio, sopportarla con fastidio. Ma poi, ecco, sprofondato nei tuoi malumori dentro un taxi fermo a un semaforo, all’improvviso una strada che certamente conoscevi ti appare in una luce e di un colore come mai avevi visto; a volte invece è una brezza delicata che ti fa alzare gli occhi e scopri altissimi cornicioni e terrazze contro un cielo di un azzurro da toglierti il fiato. Oppure è un’atmosfera sonora, una eco quasi musicale che ti vibra attorno magicamente in vasti spazi polverosi, disadorni, e tu avverti che si è d’incanto creato un contatto profondo, un sentimento di quiete che cancella ogni tensione; come in Africa, dove l’immobilità e la pace di tutto quello che ti è attorno non ti spegne nel sonno ma ti tiene lucido e indifferente; è come un altro senso del tempo, della vita, di te stesso, e della fine della vita; non hai più ansia né angoscia.

(F. FELLINI, Fare un film, Torino, Einaudi, 1980)

SINTONIA IMPERFETTA – Carmen Consoli (2015)

L’ALBA – Lorenzo Jovanotti Cherubini (2015)
Il video è stato realizzato da Michele “Maikid” Lugaresi in stop motion, con centinaia di foto a lunga esposizione della durata di 10 secondi.
Lugaresi ha rivelato: “Ogni scritta è realizzata con un’asta di Led. L’asta è una sola riga di pixel, che, controllata da un mini computer, disegna le scritte mentre io la muovo da un capo all’altro dell’inquadratura. Le scritte non sono fatte in postproduzione, ma è un misto di vecchie tecniche fotografiche e nuove tecnologie. L’asta di Led è realizzata grazie a un progetto di crowdfunding su kickstarter.com che ho finanziato tempo fa. Praticamente ogni frase è come una gif animata fatta a mano. Insomma un mix di fotografia, tecnologia, DIY, animazione stop motion, lo-fi, scotch, recinti scavalcati e magia.”
(http://www.comingsoon.it/news/?source=music&key=39592)

I consigli di Epicuro per rivoluzionare la nostra vita – Internazionale

METROPOLIS di Fritz Lang (1927). Capolavoro dell’espressionismo tedesco e capostipite di ogni fantascienza. Il restauro nei cinema dal 16 marzo.

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