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Per un’incredibile coincidenza, che resterà storica, ieri ci ha lasciato, oltre a Bergman, un altro gigante del cinema, l’ultimo dei grandi che il mondo ci invidiato, con lui si chiude un’epoca leggendaria e irripetibile per l’Italia.

tratto da Professione: Reporter, scena magistrale in cui la cinepresa passa attraverso la grata della prigione senza tagli di montaggio

Era probabilmente il cineasta più legato a Bergman dal punto di vista stilistico (grande attenzione alla fotografia e all’uso dei colori, Deserto Rosso fu dipinto sulla pellicola originale) e tematico (incomunicabilità, solitudine, lo straniamento dell’individuo causato da una società ipocrita fatta di apparenze).

tratto da Zabriskie Point: l’esplosione girata con 17 cineprese, in sottofondo la musica dei Pink Floyd

I suo film gettano uno sguardo e sviluppano un linguaggio totalmente nuovo rispetto al cinema precedente, creando una sorta di “neorealismo interiore”, proprio come Bergman.tratto da L’eclisse: non un semplice film, ma uno spartito musicale per uso di immagini e suono

Di Ferrara, rappresentava un vero orgoglio per la nostra terra e resterà per sempre uno dei più importanti artisti emiliani tout court.

tratto da Blow-up: la partita a tennis senza palla, metafora dell’inconsistenza della realtà

Nella sua terra realizza il primo documentario, Gente del Po, terminato nel ’47. Dopo la guerra come sceneggiatore lavora a Caccia tragica di Giuseppe De Santis (1946) e allo Sceicco bianco di Fellini (1952). Il suo primo film, Cronaca di un amore (dopo altri due documentari) è del 1950 e già rivela alcune propensioni del futuro autore dell’ Avventura: uno spunto quasi giallo e l’interesse per i risvolti psicologici dei suoi personaggi borghesi. Seguono I vinti (1952) sulla crisi della gioventù europea, e La signora senza camelia (1953) sull’ ambiente del cinema. Le amiche (1955) e Il grido (1956) precedono quello che molti considerano ancora oggi il suo capolavoro e l’inizio di una ideale trilogia: L’ avventura (1959), accolto a Cannes da pareri discordanti (anche se per molti è la rivelazione di un autore raffinato e poetico che avrà sempre più consensi nella critica che fra il grande pubblico) a causa di uno stile severo e rigoroso, troppo a lungo scambiato per lento o noioso.

A L’avventura fanno seguito La notte (1960) e L’eclisse (1962) che, fra l’altro, rinsaldano il legame, personale e professionale, con Monica Vitti, interprete principale di tutti e tre i film.

Deserto rosso, del 1964, sempre con Monica Vitti, segna il suo passaggio, anche questo oggetto di numerose analisi critiche, al colore. Con i film successivi Antonioni allarga i suo orizzonte dalla borghesia italiana alla società internazionale: Blow up (1966) ambientato in Inghilterra, Zabriskie Point (1970) nell’America della contestazione giovanile e della musica rock (celebre la scena finale dell’ esplosione con la musica dei Pink Floyd). La Cina è invece al centro di un nuovo documentario (Chung Kuo:Cina, 1972) prima di spostarsi a Barcellona e in Africa per Professione reporter con Maria Schneider e Jack Nicholson (1975). Antonioni è anche attratto dalla sperimentazione e realizza su supporto magnetico Il mistero di Oberwald (1980) ancora con la Vitti. L’attenzione agli altri media lo porta, subito dopo, anche a realizzare un videoclip per Gianna Nannini (Fotoromanza). Torna al cinema nell’ 82 con Identificazione di una donna con Tomas Milian, recuperato dal personaggio del Monnezza, e poi, dopo un lungo silenzio dovuto alla malattia, con Al di là delle nuvole (1995), a quattro mani con Wim Wenders e l’ultimo Eros, per cui realizza l’episodio Il filo pericoloso delle cose.

ALCUNI CORTOMETRAGGI

N.U.: semplicemente un capolavoro, solo un grande visionario in grado di scoprire significati nascosti della realtà poteva rendere poetica la Nettezza Urbana

Gente del Po: il primo corto, su un’umanità fluviale che Michelangelo conosceva bene

Superstizione: gesti di un’Italia ingenua, attuale ancor oggi

Fotoromanza: videoclip dell’omonima canzone di Gianna Nannini, che dimostra la versatilità del maestro ferrarese

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Da oggi sulla Terra siamo tutti più soli.

Le agenzie di stampa hanno freddamente battuto la notizia che tutti gli appassionati del vero cinema non avrebbero mai voluto vedere: si è spento Ingmar Bergman, sicuramente fra i primi dieci cineasti di tutta la storia, alla stregua di autori come Eisenstein, Kubrick e Fellini.tratto da Sussurri e grida

E’ un vuoto che colpisce davvero nel profondo, forse proprio perchè il leggendario regista ha scandagliato dentro la nostra anima e ce ne ha restituito i vari moti attraverso la cesellatura di ciò che ne è l’epifania sensibile, ossia il volto dell’uomo.

Infatti, la sottile indagine psicologica del maestro svedese si traduceva in una perfetta direzione degli attori, tale da rendere i loro volti dei veri e propri paesaggi umani, spesso trasfigurati dall’angoscia.

tratto da Persona
I suoi film, inconfondibili anche per la fotografia di Sven Nikvist, sono stati amati e presi a modello da molti suoi colleghi, fra cui spicca Woody Allen, il quale ha dichiarato come vari registi siano eccellenti riguardo ad alcuni aspetti particolari del fare cinema, ma complessivamente Bergman era l’unico al mondo a ideare e dirigere film impeccabili e a basso costo, proprio perchè fondati sul materiale più naturale e interessante, la persona umana.

Fra i titoli più famosi, nel novero dei capolavori da decenni, Il settimo sigillo, Il posto delle fragole, Scene da un matrimonio, Sussurri e grida.

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Ingmar Bergman è stato regista anche di teatro e scrittore, sempre ai massimi livelli. Per la Svezia, occupa sicuramente il posto che in Italia ha un autore sommo in tutte le espressioni artistiche come Michelangelo.

Nato a Uppsala il 14 luglio del 1918, figlio di un pastore protestante della corte reale svedese, esordì mettendo in scena numerosi drammi a Goteborg e a Stoccolma. L’esordio nel cinema, dopo l’importante esperienza teatrale come regista al Teatro Reale dell’Opera di Stoccolma, avviene con la sceneggiatura di «Spasimo» di Alf Sjoberg (1944). Dell’anno successivo è la sua prima regia, «Crisi».

tratto da Il posto delle fragole, con il grande regista Victor Sjostrom come attore in una delle scene cult della storia del cinema

I film dei primi dieci anni d’attività, da «Crisi» a «Sorrisi di una notte d’estate» (1955), benché in parte già anticipatori dei temi che lo renderanno celebre (la memoria famigliare, l’angoscia, la morte, i valori religiosi, i fallimenti esistenziali), sono caratterizzati da una vena malinconica e melodrammatica. Si tratta di «Nave per l’ India», «Musica nelle tenebre», entrambi del 1947, «Prigione» (1948),«Estate d’ amore» (1950), «Una vampata d’amore» (1953), «Una lezione d’amore» (1954), «Sogni di donna» (1954), fino a «Sorrisi di una notte d’estate».

Il successo arriva nel 1956 quando termina uno dei suoi capolavori «Il settimo sigillo» che ottiene vari riconoscimenti, oltre al premio speciale al Festival di Cannes; arrivano poi l’Orso d’Oro al Festival di Berlino e il premio della critica al Festival di Venezia grazie a «Il posto delle fragole», nel 1957. Successivamente «Alle soglie della vita» e «Il volto» ricevono il premio come miglior regia rispettivamente a Cannes e a Venezia, mentre nel 1960 «La fontana della vergine» gli vale il suo primo Oscar.

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Subito dopo, inizia la trilogia su uno dei temi a lui più cari, quello dell’incomunicabilità: a «Come in uno specchio» (1961, secondo Oscar) seguono «Luci d’inverno» (1962) e «Il silenzio» (1963). Dopo film che alternano sperimentalismo e realismo, fra cui il bellissimo «Persona», del 1966 o «La vergogna», del 1968, è la volta di un altro capolavoro riconosciuto a livello internazionale, «Sussurri e grida» (1972), cui segue «Scene da un matrimonio» (1973). Nel 1974 realizza il sogno di adattare per il cinema «Il flauto magico» e nel 1977 è la volta del riuscito duetto famigliare «Sinfonia d’autunno» (1978).

Nel 1982, dopo quarant’anni di attività, Bergman decide di abbandonare improvvisamente il cinema, per dedicarsi al teatro e alla televisione e realizza il suo ultimo film per il grande schermo, «Fanny e Alexander», cinque ore per la tv ridotte a tre per il cinema e con il quale ha vinto il suo terzo Oscar.

tratto da Sinfonia d’autunno

Dopo essersi dedicato, negli anni ’90, ad eccelsi lavori per la televisione, come Vanità e affanni, passato anche su RaiUno, purtroppo, il suo ultimo film, del 2003, Sarabanda, girato in digitale, non era stato distribuito nei cinema italiani, poi all’epoca della messa in onda televisiva su RaiTre fu spostato in orario notturno con miopi polemiche e non è nemmeno uscito in DVD.

Comunque, per ora, questo film è il capolavoro del millennio, avvicinato da pellicole come Dogville di Lars Von Trier, anch’egli regista scandinavo, il quale ha sempre riconosciuto l’autorità dell’indimenticabile Ingmar Bergman.

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