Lo sguardo di Michelangelo Antonioni

31 luglio 2007

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Per un’incredibile coincidenza, che resterà storica, ieri ci ha lasciato, oltre a Bergman, un altro gigante del cinema, l’ultimo dei grandi che il mondo ci invidiato, con lui si chiude un’epoca leggendaria e irripetibile per l’Italia.

tratto da Professione: Reporter, scena magistrale in cui la cinepresa passa attraverso la grata della prigione senza tagli di montaggio

Era probabilmente il cineasta più legato a Bergman dal punto di vista stilistico (grande attenzione alla fotografia e all’uso dei colori, Deserto Rosso fu dipinto sulla pellicola originale) e tematico (incomunicabilità, solitudine, lo straniamento dell’individuo causato da una società ipocrita fatta di apparenze).

tratto da Zabriskie Point: l’esplosione girata con 17 cineprese, in sottofondo la musica dei Pink Floyd

I suo film gettano uno sguardo e sviluppano un linguaggio totalmente nuovo rispetto al cinema precedente, creando una sorta di “neorealismo interiore”, proprio come Bergman.tratto da L’eclisse: non un semplice film, ma uno spartito musicale per uso di immagini e suono

Di Ferrara, rappresentava un vero orgoglio per la nostra terra e resterà per sempre uno dei più importanti artisti emiliani tout court.

tratto da Blow-up: la partita a tennis senza palla, metafora dell’inconsistenza della realtà

Nella sua terra realizza il primo documentario, Gente del Po, terminato nel ’47. Dopo la guerra come sceneggiatore lavora a Caccia tragica di Giuseppe De Santis (1946) e allo Sceicco bianco di Fellini (1952). Il suo primo film, Cronaca di un amore (dopo altri due documentari) è del 1950 e già rivela alcune propensioni del futuro autore dell’ Avventura: uno spunto quasi giallo e l’interesse per i risvolti psicologici dei suoi personaggi borghesi. Seguono I vinti (1952) sulla crisi della gioventù europea, e La signora senza camelia (1953) sull’ ambiente del cinema. Le amiche (1955) e Il grido (1956) precedono quello che molti considerano ancora oggi il suo capolavoro e l’inizio di una ideale trilogia: L’ avventura (1959), accolto a Cannes da pareri discordanti (anche se per molti è la rivelazione di un autore raffinato e poetico che avrà sempre più consensi nella critica che fra il grande pubblico) a causa di uno stile severo e rigoroso, troppo a lungo scambiato per lento o noioso.

A L’avventura fanno seguito La notte (1960) e L’eclisse (1962) che, fra l’altro, rinsaldano il legame, personale e professionale, con Monica Vitti, interprete principale di tutti e tre i film.

Deserto rosso, del 1964, sempre con Monica Vitti, segna il suo passaggio, anche questo oggetto di numerose analisi critiche, al colore. Con i film successivi Antonioni allarga i suo orizzonte dalla borghesia italiana alla società internazionale: Blow up (1966) ambientato in Inghilterra, Zabriskie Point (1970) nell’America della contestazione giovanile e della musica rock (celebre la scena finale dell’ esplosione con la musica dei Pink Floyd). La Cina è invece al centro di un nuovo documentario (Chung Kuo:Cina, 1972) prima di spostarsi a Barcellona e in Africa per Professione reporter con Maria Schneider e Jack Nicholson (1975). Antonioni è anche attratto dalla sperimentazione e realizza su supporto magnetico Il mistero di Oberwald (1980) ancora con la Vitti. L’attenzione agli altri media lo porta, subito dopo, anche a realizzare un videoclip per Gianna Nannini (Fotoromanza). Torna al cinema nell’ 82 con Identificazione di una donna con Tomas Milian, recuperato dal personaggio del Monnezza, e poi, dopo un lungo silenzio dovuto alla malattia, con Al di là delle nuvole (1995), a quattro mani con Wim Wenders e l’ultimo Eros, per cui realizza l’episodio Il filo pericoloso delle cose.

ALCUNI CORTOMETRAGGI

N.U.: semplicemente un capolavoro, solo un grande visionario in grado di scoprire significati nascosti della realtà poteva rendere poetica la Nettezza Urbana

Gente del Po: il primo corto, su un’umanità fluviale che Michelangelo conosceva bene

Superstizione: gesti di un’Italia ingenua, attuale ancor oggi

Fotoromanza: videoclip dell’omonima canzone di Gianna Nannini, che dimostra la versatilità del maestro ferrarese

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3 Risposte to “Lo sguardo di Michelangelo Antonioni”

  1. Mart said

    Un genio assoluto. Per “L’avventura” e successivi io parlerei piuttosto di tetralogia. Il perché provo a spiegarlo qui: ww.effettonotteonline.com/enol/archivi/articoli/in-deep/200507/200507id01.htm
    Ciao e auguri per il blog. Mi sembra partito bene!
    Mart

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  2. Lara said

    E’ stato un grande uomo prima di essere un grande regista..la sensibilità trasmessa con i suoi film è unica.

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  3. Avete ragione Lara e Mart, era l’ultimo dei grandi maestri del cinema tout court, proprio insieme a Bergman.
    Consiglio la lettura dello scritto di Mart, che saluto e ringrazio, anche perchè su questo mio blog difficilmente riuscirò a scrivere un intervento così profondo e analitico!
    Per maggiore comodità, ne faccio un collegamento nel corpo originale del mio post laddove cito Deserto rosso.
    Voglio evidenziare come curiosamente, l’uso del colore rosso come mezzo espressivo di stati d’animo, mai visto in Italia prima di questo film, è praticamente identico a quello che serve a Bergman per renderci ancor più partecipi dei patimenti delle quattro (a proposito di tetralogia…) sorelle in quell’altro capolavoro del cinema di tutti i tempi che è Sussurri e grida.

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