E pensare che c’era Giorgio Gaber

26 gennaio 2008

Giorgio Gaber

Sono passati ormai cinque anni da quando, il giorno di capodanno del 2003, se n’è andato Giorgio Gaber, l’inventore di quella forma di spettacolo, a metà fra la musica cantautorale e il monologo teatrale, il cosiddetto teatro canzone, che lo ha reso un punto di riferimento per una generazione, e ancor oggi le sue osservazioni sul mondo non perdono certo incisività.

Il suo era uno sguardo sempre attento al mutare, o, sarebbe meglio dire, all’immobilismo della società italiana, che ha efficacemente tradotto in trovate musical-teatrali sempre argute e spiazzanti.

In questi giorni, assenti di celebrazioni per Gaber, al contrario di quelle per la morte di Giovanni Agnelli, morto anch’egli nel gennaio del 2003 ma ben più potente di lui e perciò degno di maggior risalto sui media, Neri Marcorè dedica un interessante spettacolo sul grande uomop di spettacolo milanese.

Qui in Emilia, invece, è il gruppo carpigiano dei Flexus, col quale, proprio nel 2003 ho avuto il piacere di collaborare nello concerto Prinçesa:si belle!çibèle al Lavabo di Vignola, a portare avanti, con lo spettacolo e il disco Il conformista, le idee di Gaber, senza mai scadere nella sua imitazione.

In uno dei suo ultimi spettacoli, E pensare che c’era il pensiero, Gaber denunciava quella che definirei l'”ottusità di ritorno” che già stava dilagando all’interno di quello che un tempo era un grande paese, sia all’interno della cerchia dei politici che, per estensione, all’intera società italiana, e le vicende di questi ultimi giorni che hanno portato alla caduta del governo Prodi ne dimostrano l’attualità.

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