Paolo Conte – Nelson

12 ottobre 2010

Forte del nuovo contratto Universal, Paolo Conte confeziona l’ennesimo disco-stereotipo (ad appena due anni da “Psiche”) all’insegna di vaudeville, onomatopee e prestiti linguistici, che però – nel bene e nel male – riesce a suonare contagioso ne “L’orchestrina”, il singolo di lancio (svirgolato da un bandoneon circense-romantico).

A parte nuove elegie pianistiche (“Galosce selvagge”, “Tra le tue braccia” e “Tra le tue braccia”), spente danze latinoamericane che fanno leva su complessino jazz e umore da chansonnier, di certo non una novità assoluta (“Massaggiatrice”, “Nina” e “Enfant Prodige”), e nuove imbarazzanti esperienze elettroniche (persino una pulsazione techno in “C’Est Beau”, con diverse brutture di arrangiamento) in qualità di sfacciati riempitivi, Conte prende la rincorsa in “Clown”, forse l’ultimo – e più debole – anello dei suoi gioielli melodici (da “Hemingway” a “Gli impermeabili” a “Max”), ma specialmente nelle percussioni macabre di “Sotto la luna bruna”, in cui campeggia uno stile fieramente Tom Waits-iano, un paludare canoro in forma di collage di voci in cui si staglia il canto esacerbato.

Disco per chi si accontenta (l’ascoltatore di un’opera con tutte le carte in regola, Conte di un compito diligente che non è nè concept nè disco a tema), è una collezione – con le prime canzoni della sua carriera cantate interamente in inglese (dall’autore stesso, senza coriste come per “Pretend Pretend Pretend” di “Paris Milonga”), “Bodyguard For Myself” e la Louis Armstrong-iana “Sarah” – e di nuovo un suo dipinto di copertina che ritrae il soggetto che dà il titolo all’opera (il suo cane passato a miglior vita due anni or sono), che nei momenti migliori contrappunta in pompa magna, o si compiace con garbo; il “Novecento” o l'”Aguaplano” del nuovo corso. Primo albo dalla scomparsa del produttore storico Renzo Fantini (a cui è dedicato).

Fonte: http://www.ondarock.it – Autore: Michele Saran

 

“Nelson è il nome di un bellissimo, grosso cane di cui sono stato il padrone. E viceversa. E’ stato con noi 12 anni […] lui si accucciava lì con me, mentre suonavo. Io avevo il vezzo di finire le mie sessioni sempre con una frasettina musicale di Fats Waller, e lui aveva imparato a riconoscerla: quando la sentiva si alzava”. Ed è lì, a campeggiar sulla copertina, colui al quale è dedicato “Nelson” (Universal), la più recente fatica di Paolo Conte. Terzo album d’inediti in sei anni, testimonia di una rinnovata voglia di comporre dell’Avvocato – tra “Una faccia in prestito” (1995) ed “Elegia” (2004), ricordiamolo, vi furono quasi due lustri di silenzio, interrotti solo dal musical/opera “Razmataz” (2000) – e da un’ispirazione tornata a elevati livelli. Già l’incipit, la morbida “Tra le tue braccia”, annuncia lo stato di grazia del nostro: se le atmosfere riconducono a “La donna d’inverno” ed a “Via con me”, il mood è quello di “Una giornata al mare” (“E’ un sortilegio vivere in te, dolce persona vicino a me”), l’amore declinato con sghemba tenerezza. In un attimo, si scivola nell’aria deliziosamente rétro di “Jeeves”, saltellante e divertito omaggio al personaggio dell’umorista inglese P.G. Wodehouse. Se “Enfant prodige”, in francese, non incanta più di tanto, “Clown” è uno schizzo di rara intensità, una sorta – per usare le parole del Maestro – di “pendant con la mia vecchia canzone ‘Max’, per il sapore misterioso della composizione”. Ed è una meraviglia “Nina”, festa di colori e suoni impastata di erotismo e di sudamerica; e delizia la madeleine di “Galosce selvagge”, quelle dei camminatori d’un tempo perduto; quanto a “Massaggiatrice” – dopo le pause di “Storia minima” e “C’est beau”-, che si snoda allusiva (“una massaggiatrice, pianista dalla nostalgia professionale e dietetica”), possiede la grazia arcana di “Alle prese con una verde milonga”. Pochi tratti per il disegno femminile di “Sarah”, intriso di scalena sensualità; per nulla folkloristico l’uso del dialetto napoletano in “Suonno e’ tutt’o suonno”, su un ritmo spagnoleggiante; in mezzo, i due brani più travolgenti della lista, una “Sotto la luna bruna” – “un nonsense in stile cajun” – degna delle cose sue migliori e “Los amantes del mambo”, esotica divagazione “scritta ed eseguita in spagnolo per adeguarmi meglio al sapore della musica”. L’immaginifica e pimpante “L’orchestrina” (dedicata a Dino Crocco, intrattenitore musicale nei locali notturni tra gli anni ‘50 ed i ‘60) ci porta in un dancing d’epoca, con tanto di odalisca che si denuda lentamente e di mancia sul piano; la chiusura, affidata a “Bodyguard of me”, ha come un sentore d’autobiografico, ché destino dei lupi solitari è quello di badar a se stessi. L’augurio è che lo faccia per tanto tempo ancora, ch’egli possa a lungo seguire “i pensieri che vanno scalzi per lontane vie, via da te… via da me”.

Fonte: http://www.italica.rai.it – Autore: Francesco Troiano


Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: