La mia recensione de “Il nome del figlio” (2015) di Francesca Archibugi

30 agosto 2015

— LA MIA RECENSIONE DE “IL NOME DEL FIGLIO” (2015) DI FRANCESCA ARCHIBUGI —  

il nome del figlio

   “Prendi qualcosa dalla vita di ogni giorno senza trama e senza finale”. Questa citazione di Anton Čechov, pronunciata da una delle attrici a suggello de Il nome del figlio, ne rappresenta anche l’epitome, e, probabilmente, un disarmante tentativo apologetico, da parte degli sceneggiatori Francesco Piccolo, nuovo maître à penser di una sinistra compiaciuta della propria leggerezza e compiacente con gli avversari storici, e Francesca Archibugi, che ne è anche regista, nei confronti di un film in cui la narrazione di un episodio della quotidianità risulta di una scontata circolarità, tesa a ripristinare acriticamente lo status quo ante dei protagonisti.

   Questi ultimi sono cinque amici cinquantenni di lunga data: le coppie Betta-Sandro (Valeria Golino-Luigi Lo Cascio) e Paolo-Simona(Alessandro Gassman-Micaela Ramazzotti), oltre al single Claudio (Rocco Papaleo). In occasione della gravidanza di Simona, la prima coppia invita a casa gli altri per una cena, in cui Paolo, che è anche fratello di Betta, rivela il nome del nascituro, scatenando una serie di incomprensioni, soprattutto a causa dell’orientamento politico conservatore dei futuri genitori rispetto alle convinzioni progressiste degli altri commensali.

   La pellicola, tratta dalla pièce teatrale Le prénom di Matthieu Delaporte e Alexandre de La Patellière, dagli stessi successivamente adattata per il cinema con Cena tra amici e prodotta, tra gli altri, dal regista Paolo Virzì, include la ripresa del reale parto della secondogenita di quest’ultimo e della Ramazzotti, sua moglie.

   Questo sussulto di estremo realismo non basta di certo a compensare la mancanza di mordente di una commedia che può essere sussunta nell’ambito delle coralità gettate fra una saliera e un tovagliolo abbondantemente frequentate dai cineasti italiani, da Mario Monicelli (Speriamo che sia femmina, Parenti serpenti) a Ettore Scola (La famiglia, La terrazza). Ma, mentre in Monicelli la messa in scena è espressionistica e venata da amarezza, qui sparisce ogni puntuale caratterizzazione, a favore dell’annacquamento degli scontri ideologici fra i personaggi, in una comoda indulgenza assolutoria. E al posto degli evocativi carrelli lungo i corridoi della vasta casa de La Famiglia, qui la macchina da presa si trova intrappolata in verticale, spesso a spalla, nel seguire su e giù per le scale i protagonisti nel piccolo appartamento. De La terrazza, poi, non ha la severa e tenace messa in discussione della vacuità nostalgica degli intellettuali di sinistra, dato che i fiacchi loro epigoni si nientificano di fronte ai due amici parvenu di destra.

   L’opera abbonda in rimbalzi claustrofobici di primi piani nei dialoghi ed è costellata di flashback, che vorrebbero restituire il ricordo di un’aurea adolescenza nella villa marittima di famiglia, ma che in realtà frammentano inutilmente la storia. Lo scivolone si concretizza però quando i cinque amici passano istantaneamente, dopo un climax di conflitti verbali con tasso di aggressività alle stelle, in maniera del tutto inspiegabile, da una probabile colluttazione ad una sorta di patetico girotondo sulle note della canzone di Lucio Dalla Telefonami tra vent’anni, questa, peraltro, in un’eccessiva riproposizione integrale.

   Sembrano più incisivi due momenti. Il primo è, a inizio film, un’ampia panoramica in dolly dalla Roma centrale al triste arco in muratura che segnala l’entrata nel quartiere ove si svolge la vicenda, quasi un contraltare miserevole dell’Arco di Costantino; ci siamo così insinuati in una specie di capitale minore rispetto alle vestigia dell’antichità ed agli attici finemente ristrutturati de La grande bellezza di Paolo Sorrentiono, anche se l’umanità è egualmente in disfacimento. Il secondo si materializza, dopo l’ultima rivelazione-scontro fra i protagonisti, quando questi, esausti e pensosi, sono inquadrati in successione, ciascuno inscritto dietro i vetri di diverse finestre della casa, a segnalarne l’isolamento di fondo.

   La solitudine è anche la cifra caratteristica che la regista riesce a imprimere, con la sua consueta attenzione verso l’infanzia, nei due figli di Betta e Sandro, sempre compresi nella loro stanza, felicemente complici l’un l’altro contro il risibile mondo degli adulti che, ci dicono candidamente, “stanno urlando di là”. I genitori e gli zii si recano da loro raramente, solo per concedergli un’insultante paghetta (Paolo), o due carezze negli intervalli dei litigi (Betta), in una penosa aridità emotiva. E i bambini, dal canto loro, si limitano a mettere in atto veloci incursioni nella presunta matura alterità che si agita nelle stanze al di fuori, affumicate dai rancori, per mezzo di un drone munito di videocamera, che restituisce immagini in bianco e nero.

   Ecco, ragazzi, telefonateci voi davvero fra vent’anni, quando il cinema italiano, forse, sarà capace di (ri)consegnarci un affresco della media borghesia più lucido e corrosivo. E, magari, con una Ramazzotti non più confinata ai ruoli di rustica volgarotta retrograda con annesso look sfacciato e predestinata ad un timido riscatto morale ed un Lo Cascio non più costretto ad incarnare la quintessenza dell’intellettuale de noantri, dal maglione slavato con pallini di lana d’ordinanza e smaniose velleità citazionistiche.

   Lorenzo Costanzini

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Una Risposta to “La mia recensione de “Il nome del figlio” (2015) di Francesca Archibugi”

  1. placidia said

    Ciao. Recensione cattivissima la tua ….ho visto il film quest’estate e per me é stato molto carino. Sicuramente il tema poteva essere approfondito…. Il film resta ad un livello superficiale. A me al di la della re-union familiare politicamente divisa mi ha colpito la bravura degli attori. Tutti davvero impeccabili. E il messaggio. Per tutto il film il regista sottolinea la contrapposizione tra la cultura letteraria sfacciata e sempre ribadita, la cultura delle citazioni ad effetto, della coppia di sinistra, e l’ignoranza sfacciata e borgatara (apparente) della scrittrice di libri “scadenti” (giudicati SCADENTI dai “sinistri” intellettuali senza averli letti) e del marito. Ma alla fine chi esce vincitrice della vicenda é quest’ultima. Gli altri non sanno niente della vita della loro stessa madre. Sono familiari ma estranei…. É lei, la scrittrice ignorante che ai loro occhi é una perdente, é inferiore a loro e alla cultura tramandata dalla storica famiglia…. ad entrare in empatia con la madre dei protagonisti, a diventarne la confidente. Perché alla fine al di la della cultura fine a se stessa e delle citazioni ad effetto, ciò che conta davvero sono i sentimenti, l’empatia. L’essere veri. …. Io l’ho inteso cosi …. E mi é piaciuto il messaggio….ciaoo

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